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Luisa Laureati ha pensato di donare agli amici un messaggio di Tato: un'immagine allegorica di quell'uomo sfuggente ideata da un uomo che non vuole allontanarsi dalla strada dei maestri di un tempo. Così diceva un altro amico, Fabrizio Clerici, parlando di Roberto Stelluti. Non accade spesso che qualcuno mi indichi la via per incontrare un altro amico non ancora conosciuto. Mi dicono che Stelluti segue i sentieri da solo e così vedo in un volume con una settantina di riproduzioni delle sue incisioni: lo guidano l'equilibrio della natura e le immagini del Piranesi - intima la prima, folli le seconde, un giusto dosaggio. Ne parlava in quello stesso libro Federico Zeri.


Ambedue i padrini di Stelluti erano come ora lo sono anch'io, meravigliati dalla fattura delle sue opere. Essa si apprezza però nelle incisioni vere e proprie, come ora sto facendo. Ho sistemato l'ipogeo di Tato, felicemente tradotto da Roberto Stelluti, su vari libri della mia scrivania. Ho messo qui accanto, perché pensavo a lui, il libro di Bioy Casares su Borges e vedo che così gli era venuto di fare a Clerici: sarà tutto quanto una derivazione del Jardin de senderos que se bifurcan? Dunque è tutto letteratura o sono sentieri tracciati appositamente per incontri inevitabili?


Il corpo del giovane deposto nell'ipogeo, la bella si mise a farne la guardia e a piangere: credo che inizi così uno dei più bei racconti del Satyricon.


Tato Dierna si innamorò di una una casa diruta vicino al mare di Puglia, forse per il colore dell'acqua che avrebbe sempre visto in movimento dal suo letto in una stanza piuttosto in alto costruita sopra un ipogeo.
Ipogeo: il senso più comune del termine si riferisce a scavi o a costruzioni sotterra dove gli antichi lasciavano dormire i morti. Non so se Tato sia andato mai a Bulla Regia nei suoi molti soggiorni nell'Africa del Nord. Parlo di un luogo torrido in Tunisia dove esistono molte ricche dimore innalzate su grandi cantine ai tempi dei romani. Ma dire cantine è poco dire: talvolta sono case sotterranee dove si poteva vivere in una fresca penombra. Rimasi stupito quando ci andai in una giornata afosa dell'inverno del 94: una città sotterranea e dunque senza sole e quasi senza tempo.


Un paio di anni fa Tato riuscì a costruire la sua casa sopra l'ipogeo ma non poté vedere finita questa sua unica costruzione vera ma non meno bizzarra di ciò che nasconde, dove ora abitano le sue ceneri.


La vicenda raccontata da Petronio è un'allegoria di vita e di non vita così come la casa ideata da Tato: uno strano sogno di sé stesso diventato un architetto viennese di cent'anni fa. E così appare la sua casa, l'opera di un amico siciliano di Loos e di Hoffman esiliato in Puglia, anzi fatto rinascere dopo un secolo in una terra che non conosceva per edificare la sua costruzione di ferro e di vetro; casa che Luisa ha chiamato “Il Luogo delle Utopie”. Per bizzarra coincidenza l'ipogeo (messapico? Non lo so e qui ricordo una frase di Zeri: "Era messapico e non lo sapeva") ora non è più nascosto da altre rovine, da sassi informi e da rovi pungenti ma da una torre trasparente in un paese bianco dipinto di calce. Bisogna scendere in una cripta, se così possiamo chiamare le stanze nascoste come a Bulla Regia (di altre se ne parla in un racconto siciliano di Camilleri). Questa, di Salve, in Puglia, ha un nome ben augurante ed è riflessa a perfezione nello specchio nero di Roberto Stelluti.


Borges non amava Quevedo - "Uno spadaccino fatto di cartone che pensava solo a parole, frasi e simmetria". Borges non ha sempre ragione e a volte, per dir male degli altri traccia il proprio autoritratto. Retorico all'occasione, Quevedo è un grande poeta, non sempre schietto forse ma può comunque commuovere. L'uomo timido e solitario che volle nascondere quel che di sé restava fra le pietre che reggono la sua casa, amava Quevedo. Il poeta ammette di non riuscire sempre a condurre la sua fiamma sull'acqua fredda: lo scrive in un sonetto famoso, il 31, forse del 1648. Gli ultimi due versi saranno scritti sull'urna di Tato: quel che di lui resta è solo cenere ma mantiene il proprio senso, polvere forse ma pur sempre innamorata.


Serám ceniza mas tendrà sentido,
polo serán, mas polvo enamorado.

Alvar González-Palacios
Il luogo delle utopie

in Luisa Laureati (a cura di), Il luogo delle utopie - ipogeo, brochure della cartella,
2016

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